Sensibilità tattile nelle protesi artificiali

Robotics prosthesis Robotics prosthesis PNAS
Quando la tecnologia touch negli smartphone rivoluziona il mondo delle protesi artificiali.
Può una protesi donare il senso del tatto ad un paziente che ha subito amputazioni? Ora si! Nell'ultimo decennio sono state tante le rivoluzioni nell'ambito della medicina protesica e attualmente una persona che perde un arto può ottenere una sostituzione robotica talmente avanzata da consentire lo svolgimento di azioni complesse come per esempio afferrare oggetti o addirittura farsi il caffè. 
Ma è da un gruppo di scienziati dell’Università di Chicago che arriva l’ultima vera innovazione, infatti oltre a sostituire l’arto del paziente e riportarlo ad una vita “normale” ora le protesi potrebbero avere il senso del tatto.
Lo studio trae ispirazione dal funzionamento dello smartphone che oggi giorno è diventato un prodotto indispensabile nella nostra quotidianità e che è in continua e rapida evoluzione: alla mobilità e funzionalità della protesi si andrebbe ad aggiungere il concetto di “touch sensitivity”. Questa innovazione permetterebbe di riacquistare un importantissimo senso umano ed avere quindi il ritorno di forza quando si interagisce con gli oggetti e con le persone.
Ad oggi infatti, per quanto moderne, le protesi in commercio presentano numerosi limiti, tra cui la totale assenza del force feedback che ci consente di guidare con maggiore consapevolezza le nostre azioni. 
Ma in che modo è possibile arrivare ad un tale traguardo? Attualmente molti studi sono focalizzati sulla ricerca di un nuovo materiale in polvere piezoelettrica che sia in grado di rilevare la pressione e trasformarla in tensione elettrica. Vi è però un grande limite ovvero queste tensioni devono essere interpretate dal nostro sistema nervoso come senso del tatto.
Nonostante l’apparente difficoltà gli scienziati dell’università americana di Chicago hanno raggiunto sorprendenti risultati conducendo lo
studio sugli arti dei macachi.
Inizialmente sono state osservate le attività neuronali quando questi interagivano con oggetti, in seguito sono stati applicati degli elettrodi ai nervi delle mani delle scimmie e applicando una variazione di tensioni si è osservato che il cervello delle scimmie interpretava il segnale come un “tocco”. 
Questo primo risultato è importantissimo perché potrebbe contribuire al miglioramento dell’ interazione tra protesi e sistema nervoso. Lo studio è ancora lungo e si propone di impiantare un giorno nel cervello degli amputati dei sensori adattabili all’anatomia umana in grado di controllare le protesi.


Macachi

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