Ti trovi qui:Scienza e Tecnologia»Articoli»Events»Interviste»L'isola che sono diventato - Intervista ad Armando Santarelli


L'isola che sono diventato - Intervista ad Armando Santarelli

L'isola che sono diventato L'isola che sono diventato Armando Santarelli
Comprendere e gustare ciò che leggiamo, vivere un’esperienza emotiva e intellettuale: è questo che ci regala “L’isola che sono diventato”, il nuovo libro di Armando Santarelli. Quarantatre prose di taglio netto, riflessioni su temi come la libertà, la morte, l’ecologia, la spiritualità, l’amicizia, e più in generale su un mondo – quello ipertecnologico e consumistico di oggi – che l’autore dichiara apertamente di non amare.
E tuttavia, l’amarezza e la disillusione non degenerano mai in una rinuncia alla milizia della vita. E’ vero, osserva Santarelli, che siamo sempre più un prodotto plasmato da altri, ed è ingannevole credere che viviamo davvero nella “società dei liberi individui”; ma è proprio per questo che dobbiamo continuare ad agire nel mondo, a impegnarci per conservare la libertà di scelta e di decisione che la società odierna tende sempre più a limitare.

Con chiarezza e coraggio – un coraggio spesso rivolto contro se stesso - l’autore riflette, scava, lavora su ciò che conosce, con l’intento di analizzare, di capire, ma soprattutto di fornire delle risposte alle sue e alle nostre inquietudini. In fondo, è questo che vogliamo da una persona che scrive, perché le sue parole non suonino vuote e inutili, perché le sue idee abbiano la forza di diventare il compimento pratico di ciò che lo spirito suggerisce.

Perché questo titolo, L’isola che sono diventato?

E’ il titolo di uno degli articoli, ma in realtà riassume bene la natura del libro (e la mia). In effetti, sarà per l’avanzare dell’età, o perché questa società mi piace sempre di meno, ma insomma ho sempre più voglia di solitudine, di silenzio, di contatto con le cose che conosco e che amo. Qualche volta arrivo a desiderare di assecondare la vocazione che ha fatto sempre capolino nel mio animo, cioè quella di farmi monaco. Ma sono sposato, ho due figli, perciò l’isola in cui trasferisco questi desideri è quella dove sono custodite le cose che amo, la mia casa.

Legittimo, comprensibile, ma forse un po’ egoistico, non credi? E anche in contraddizione con le pagine del libro dove affermi l’importanza dell’impegno civile e sociale.

E’ vero. C’è questa e ci sono altre contraddizioni nel libro; in verità, alcune sono solo apparenti, altre invece reali. Posso dire che gli articoli sono di varia natura, e riflettono stati d’animo diversi. Non pretendo di essere coerente a tutti i costi, la coerenza pura è impossibile, e sbagliata in certi contesti. Ma veniamo alla tua domanda specifica. Nel libro, insieme al desiderio di stare in solitudine nei luoghi di ritiro spirituale o nell’atmosfera confortante di casa mia, c’è la consapevolezza che così non si può, anzi non si deve vivere. Del resto, non ci riuscirei, un po’ per la mia natura estroversa, un po’ perche il paese ti abitua alla solidarietà verso gli altri, e quando hai sperimentato il bene di fare del bene non puoi più farne a meno. Ma quando diventa difficile non solo la vita pratica che conduciamo, ma persino aiutare gli altri (sì, ti capita anche questo, ci sono ostacoli burocratici anche quando vuoi fare del bene) allora ti viene voglia di mollare, e di dire, okay, se è così me ne sto tranquillo a casa mia. Ma è solo uno sfogo, si può fare del bene in tanti modi, oggi più che mai.

“Tutto è diventato difficile”. Dal libro traspare, anzi, viene fuori con evidenza, una certa diffidenza, forse un vero e proprio rifiuto, del mondo tecnologico. Perché? Con la tecnologia abbiamo migliorato il mondo, e salviamo ogni giorno migliaia di vite.

Devo ammettere che spesso sento di non appartenere a questa epoca. Il fatto è che ho vissuto altri tempi, dove agivamo in un orizzonte antropologico, dove avevi ancora la percezione che la tecnica fosse ancora un mezzo per raggiungere degli scopi. Ma oggi la tecnica ha preso il sopravvento, oggi è diventata l’ambiente dell’uomo. Infatti, la tecnica è stata per tutto il corso della storia il mezzo per progredire, per migliorare le nostre condizioni di vita. Ma, come ha sottolineato il filosofo Umberto Galimberti, quando il mezzo tecnico diventa necessario per realizzare qualsiasi fine, è il possesso del mezzo che diventa il vero fine, e che condiziona ogni cosa, ogni scelta. Questo comporta un evidente mutamento degli scenari storico-sociali: infatti, poiché la tecnica è ormai indispensabile per poter vivere, siamo costretti a rincorrerla a tutti i costi; e in questa situazione rischiamo di diventare dei semplici funzionari della tecnica, o comunque di non essere più i soggetti dell’azione storica.

Non è una visione troppo pessimistica? In fondo l’ultima parola spetta sempre a noi umani. Inoltre, la società tecnologica è aperta a tutti, e offre spazi di intervento e di inserimento sociale impossibili in molte società del passato, dove i ruoli individuali e sociali erano enormemente più rigidi e classisti.

Sì, questo è verissimo, ma io mi chiedo: “Per quanto tempo ancora avremo noi umani l’ultima parola?” Il fatto è che la tecnica è potente, che la sua forza, la sua influenza, la sua onnipresenza sta superando la nostra capacità di immaginazione e di previsione. La tecnica non ha scopi morali, tende solo a produrre, a perpetuare se stessa, la tecnica deve solo funzionare, e non ha riguardo per l’autonomia, la libertà e la soggettività degli individui. Inoltre, la tecnica aiuta a vivere meglio e a salvare vite umane, ma è anche molto distruttiva. Ora, siccome tutto ciò che l’uomo inventa si ritorce contro di lui, più andiamo avanti con il processo tecnico, più pericolosi diventiamo per noi stessi. E purtroppo non vedo rimedio a questo. Come possiamo fermare la sete umana di conoscere, sperimentare, progredire? Tuttavia, nel libro preciso che potrebbe essere proprio un buon uso della tecnica a permetterci di vivere tutti in modo migliore, e forse a salvare la specie umana, o la specie che seguirà all’homo sapiens. Non escludo questa ipotesi, anzi, mi auguro proprio che questa sarà la soluzione cui ci condurrà la tecnica.

Molti degli articoli sono dedicati alla spiritualità, lei sembra essere alla continua ricerca di un contatto con il Trascendente.

Ha fatto bene a parlare di “spiritualità” e non di religione. Infatti, io appartengo alla strana categoria di chi è attratto dalla spiritualità, e persino dal misticismo, ma non riesce a credere, o meglio ad aderire a una religione rivelata. Sono convinto che professare sinceramente una religione sia importante, sia una guida importante per la vita di molte persone di questo mondo; ma l’inclinazione verso la spiritualità può non coincidere con l’adesione a una fede, e comporta, spesso, una ricerca più personale, più profonda. Non c’è dubbio, comunque, che ci sono fenomeni e ambiti della nostra vita che sfuggono alla comprensione scientifica, che rimandano a qualcosa di ineffabile, di misterioso, di mistico. Per questo io continuo a definirmi “un agnostico speranzoso”.

Nel libro sembrano convivere due anime, quella di uno scettico e quella di una persona che crede in certi ideali… E’ così?

Tutti noi alberghiamo certi contrasti, il nostro è un mondo polimorfo e caotico, e un certo caos, una certa confusione morale ce la portiamo dentro tutti. Diventi scettico quando vedi che il mondo va per conto suo e che il tuo impegno, i tuoi sforzi, vengono vanificati da forze superiori e sconosciute, anzi a volte occulte, il che aumenta il senso di frustrazione e di angoscia. Poi tocchi con mano il bene che sono capaci di fare certe persone meravigliose, e ti rendi conto che sta lì il segreto, il senso, la vita, sta nel fare del bene e basta, nel modo in cui ciascuno può, senza guardarsi intorno e senza aspettarsi nulla in cambio.

In molte pagine ci sono dichiarazioni di amore per la vita, episodi gioiosi e spensierati, ma spesso incombe la presenza, e il timore direi, della morte.

Sì, ha detto bene, il timore. E’ inutile che io neghi. A dispetto delle letture di una vita, delle riflessioni sulle pagine dei saggi occidentali e orientali, io temo e odio la morte, non riesco ad accettare che tutto quel che ho intorno, e io stesso, debba finire in un possibile nulla. E per timore della morte non intendo la sofferenza che può precedere la morte, ma la morte in sé, la cessazione di ogni cosa, la scomparsa del mio io. Non mi aiuta, in questo, né Epicuro né la fede, che non ho. Ma mi capita sempre più spesso di riflettere meglio sul tema della morte, e sento che sto avvicinandomi all’accettazione di un fattoche è ineluttabile, che sta accanto a noi sin dal momento della nascita. Al Monte Athos, dove mi reco ogni anno in pellegrinaggio spirituale, si muore in letizia, l’ho visto con i miei occhi. E’ chiaro che dipende tutto da una disposizione interiore, e che i monaci dell’Athos la possiedono. Forse possiamo farlo anche noi laici, pensando che siamo solo un frammento del cosmo, che abbiamo già sconfitto la morte quando siamo nati, che abbiamo conosciuto le cose brutte ma anche le meraviglie della vita, e che il nostro destino, riguardo alla morte, non è mai nelle nostre mani.

Per chiunque fosse interessato,
il libro di Armando Santarelli, L'ISOLA CHE SONO DIVENTATO è acquistabile online tramite il sito della casa editrice EDIZIONI FILI D'AQUILONE, su AMAZON o su IBS al prezzo di €15,00.